Il tamburo a cornice in Salento
Il tamburello o tamburo a cornice nella variante salentina, ma pressoché identica in tutta l'area del Sud d'Italia e mediterranea, trova le sue radici storiche sin dalla Magna Grecia, come attesta lo pittura dei vasi dal IV secolo a. c. in poi, nei ritrovamenti avvenuti in Puglia.
Gli strumenti a percussione del periodo: tamburi, sonagli, sistri erano strumenti dove le percentuali tra suonatori di ambo i sessi erano pressoché equilibrate mentre soprattutto agli uomini erano destinati gli strumenti a fiato e a corda non tastata: aulos, flauti, cetre, ecc. ritenuti, su una scala di valori, più alti proprio perché produttori di melodia.
Il metodo di percuotere il tamburo a cornice usato nell'antichità nell'area salentina (e questo lo possiamo dedurre sempre dalla pittura vascolare) probabilmente era semplificato rispetto a quello in uso attualmente: il tamburo era sostenuto con lo mano destra e percosso con lo sinistra in un ritmo binario strutturato cioè una sequenza di colpi prodotti alternativamente con il pollice/polso ed i polpastrelli (il ritmo ternario, come tecnica di esecuzione del ritmo, è più tarda e coincide con il passaggio a strumento d'uso soprattutto maschile). La decorazione della cornice o della pelle sottolineava ancora una volta le valenze simboliche della forma circolare insita nel tamburello. Le stilizzazioni floreali o le effigi circolari del sole o della luna circondate dagli astri all'interno dei tamburi si ritrovano spesso nelle decorazioni vascolari di anfore, cantari ed altro vasellame, creando quei legami simbolici con il mondo femminile che nelle sue infinite ambivalenze (bene/male, amore/odio, grazia/ disgrazia, etc.) ha sempre incarnato.
Riportiamo parte di una intervista fatta a Giovannino di Nociglia, noto costruttore di tamburelli, e rielaborata da Luigi Chiriatti:
" ... Il tamburo è lo strumento più importante per la terapia musicale dei tarantati e (...) bisogna costruirlo in una certa maniera perché il tamburo rappresenta lo sintesi della terapia musicale, ed è esso stesso una sintesi di simboli. Cerchio, sonagli e pelle devono essere assemblati in una certa maniera, perché solo così possono esercitare lo funzione per cui sono costruiti: far ballare le tarantate. (...) il cerchio di legno (lu farnaru) rappresenta, nella sua sfericità, l'universo-mondo o il cerchio magico-rituale in cui si svolge l'azione del rito. I sonagli, rigorosamente di rame, rappresentano il disordine, l'irrazionale, l'oscuro, il brutto, il discordante, lo realtà che ti graffia e ti capita addosso.
I sonagli graffiano, disturbano, non entrano in armonia con gli altri strumenti, infastidiscono, scordano con l'ordine ritmico-armonico precostituito. E' per questo motivo che i nuovi tamburi, con sonagli piccoli e armoniosi, non sono apprezzati dai vecchi suonatori di pizziche-tarantate.
La pelle, solitamente di capra montata su un cerchio di faggio, rappresenta lo costante ritmica (il rif, il device), il battere costante e cadenzato che serve a reintegrare la tarantata nell'ordine delle cose, della vita quotidiana. Molto si è discusso se questo sistema coreutica-musicale fosse un elemento di rottura con l'ordine precostituito, che servisse a rompere equilibri precostituiti all'interno della società”
Bibliografia:
Febo Guizzi, Gli strumenti della musica popolare in Italia, LIM, Lucca 2002 Luigi Chiriatti, Morso d'amore, viaggio nel tarantismo salentino, Capone Editore, Lecce 1997