Il Mosaico Arti Danze Culture
Via Pomezia, 12 - 20127 Milano
Via Passeroni, 6 - 20135 Milano
C.F. 97205050152
Per info su corsi lezioni e seminari
TEL. 02.5831.7962
CELL. 339.2130364
Email: info@ilmosaicodanza.it
|
Commento di Marzia Mascelli al libro di Ernesto De Martino "La terra del rimorso - Contributo ad una storia religiosa del sud 1959" Nel 1961 venne pubblicato per Il Saggiatore "la Terra del Rimorso", la monografia che raccoglie il frutto delle ricerche sul campo effettuate in Puglia da De Martino e dalla sua equipe, nel corso del 1959. Tale indagine etnografica si proponeva lo studio del fenomeno del tarantismo. Il tarantismo, ovvero lo sindrome di "avvelenamento" provocato dal morso di un rogna, che spinge in uno stato di languore irrecuperabile o di agitazione irrefrenabile, e la sua cura, consistente in un esorcismo coreutica-musicale basato su danze, musiche e colori precipui: esso, costituitosi con una propria modalità sui relitti culturali dei culti orgiastici e delle religioni misteriche, trovò lo suo autonomia nel Medioevo, a1 tempo del più alto scontro tra il Cristianesimo in espansione e l'Islam. Caricatosi dei simbolismi del Medioevo, passò sotto l'attenzione dello letteratura "de venenis"; nel suo itinerario incontrò l'interesse dell'Umanesimo verso lo magia naturale, poi si cercò il legame con lo iatromusica del barocco; infine il tarantismo venne ingoiato dalla lente d'osservazione medico e nosologica, portato avanti dalle scienze dei lumi. Per quanto riguarda la partecipazione, e il fenomeno vissuto, il sistema morso-cura si mantenne integro fino alla fine del secolo, per poi diradarsi durante l'ottocento. In tale ottica binaria, che tiene conto del fenomeno in sé, ma anche dello suo percezione e interpretazione da parte dello cultura "alta", si può arrivare fino all'estate del 1959 in Puglia, dove il tarantismo mostrò all'equipe di de Martino il suo volto ambiguo e cifrato: durante lo festa dei SS. Pietro e Paolo, la cappella di S. Paolo o Galatina ero punto d'incontro dei tarantati di tutta la regione. Nei tre giorni della festa, il 28, 29, 30 giugno, ogni anno si rinnovavo le visite dei tarantati alla coppella del santo: qui le vittime del veleno lo ringraziavano per l'avvenuta guarigione, oppure, ancoro preda dei sintomi del morso, nello stato alterato di modi e comportamenti che consegue, lo supplicavano di liberarli. Acconto alla cerimonia, allo spettacolo legato alla cappella di S. Paolo, il tarantismo consisteva anche nella sua cura tradizionale, ovvero un esorcismo terapeutico domiciliare tramite il quale le vittime del veleno avevano lo possibilità di recuperare la loro "sanità". Il rituale di cura ero basato su comportamenti tradizionali, che qui verranno necessariamente banalizzati e sintetizzati: musicali (la tarantella liturgica suonata dai musicisti ingaggiati per il rito); coreutici (il ciclo di danze bipartite che lo vittima del morso deve riuscire o compiere); cromatici (il fazzoletto colorato scelto per accompagnare la danza). La ricerca di de Martino, basata sulla letteratura disponibile e sull'osservazione diretta, mise in luce una serie di importanti fattori relativi a1 tarantismo pugliese: l'Immunità locale di Galatina, feudo nel quale il non si era mai verificato alcun caso di morsicatura, di avvelenamento; l’irriducibilità del tarantismo alla sindrome tossica provocata dal morso di un rogna velenoso; la ripetitività stagionale e calendariale, per la quale i sintomi del morso potevano ripresentarsi anche per molti anni, e insorgevano sempre nel periodo estivo la schiacciante prevalenza femminile tra gli avvelenati, che avevano spesso uno distribuzione familiare; l’elettività del primo morso, che si verificava nel periodo puberale. Questi elementi orientarono lo ricerco verso un tentativo di interpretazione che si svincolasse dall'approccio nosologico o psicopatologico de1 fenomeno, e che mirava o costruirne o ricostruirne la matrice culturale, storico-religioso, andando oltre ciò che era solo una curiosità folklorica. Per far luce su presupposti e motivazioni della ricerca, è utile riferirsi all’introduzione a "la Terra del Rimorso", nella quale l'autore chiarisce il fine dell' indagine, inquadrandola nel programma delle attuali scienze dell'uomo: al centro vi è il concetto di viaggio etnografico, che de Martino, seguendo in questo caso l'espressione e l'idea di Claude Lévi-Strauss, individua come possibilità, intento ed occasione per attuare una presa di coscienza dei limiti culturali e umanistici del "sistema nel quale si è noti e cresciuti". Una presa di coscienza che porta alla sua messa in discussione, promossa dall'incontro etnografico con realtà diverse, nate da scelte culturali non coincidenti con quelle occidentali, impartecipi della sua storia. Il tempo maturo per la genesi di un nuovo umanesimo sembrava essere giunto: la seconda rivoluzione industriale e i mutamenti tecnologici e sociali che ne conseguirono, la fine dell'epoca coloniale, la crisi della società occidentale, la reazione dei popoli dominati e i nuovi rapporti che le diverse civiltà dovevano decidere a seguito de loro avvicinamento, tessevano una trama favorevole al realizzarsi di quell'Umanesimo etnografico le cui condizioni erano state aperte, per quanto inconsapevolmente, proprio dallo dominazione coloniale. Motivazioni endogene ed esogene alla civiltà occidentale lo rendevano oramai svincolato, nell'approccio verso l'alterità, dai lacci imposti dalla logica della potenza e del signoreggiamento politico e culturale. Il viaggio etnografico dunque, come dinamico luogo di confronto tra l'Occidente e le altre creazioni culturali, ove giungere all'analisi e alla comprensione dell'oggetto studiato, passando per una messa in discussione una analisi ed una comprensione di sé: de Martino estende tale impostazione metodologica, e le finalità che le sono proprie, anche all'ambito di ricerche che non riguardano le civiltà "primitive", ma fenomeni culturali che rientrano nello cosiddetto "etnografia metropolitano": essi sono rintracciabili all'interno della stessa civiltà occidentale, ma presentano elementi, tracce e caratteristiche che denotano la loro appartenenza ad un’alterità culturale, tali da necessitare l'uso di tecniche etnografiche. Nel caso del tarantismo de Martino indaga un fenomeno religioso che non appartiene all' ambito cristiano, ma che si ricollega ad un universo religioso alieno, di cui esso è relitto strano e incomprensibile solo all'apparenza. Applicandovi le tecniche etnografiche pervenne ad una lettura storico-culturale del dato folklorico finalizzato al suo recupero, come fattore utile a11’analisi storica del sistemo culturale nel quale esso godeva di vitalità e funzionalità. Lo studio dei modi, dei tempi e dei fini pertinenti a questo istituto culturale religioso, si propone non come chiacchiericcio su una "curiosità regionale", ma come contributo alla ricostruzione storico e sociale di un mondo perduto, con il quale è però necessario confrontarsi per una maggiore consapevolezza dell'oggi. Ecco dunque che gli usi e costumi più o meno recentemente dismessi dalle civiltà moderne, le manifestazioni culturali arcaiche che si trascinano dentro l'attualità circondate dallo loro stranezza, dallo loro natura pittoresca, non solo possono essere risignificate all'interno di un discorso storico di nuovo tipo, ma forniscono altresì lo stimolo per allargare lo consapevolezza storico, sensibile a1 rapporto egemonia-subalternità in campo socio-culturale. I relitti folklorici richiamano lo sguardo sulla dinamica fra l'alto e il basso, tra il vincente e il perdente nel processo di espansione di una data civiltà religiosa: i limiti e le battute di arresto, le plasmazioni e le interrogazioni, gli adattamenti e i compromessi, tutte le tensioni che caratterizzano la circolazione dei valori e dei comportamenti religiosi. La struttura del saggio rispecchia il metodo e gli strumenti adottati per l'analisi del tarantismo. Nelle due prime sezioni, sulla base dei dati offerti dall’osservazione sul campo, viene "aperto" il fulcro del fenomeno culturale: se ne chiarisce l'autonomia simbolica, l'attualità e le istanze socio-culturali che ne hanno segnato nascita e corso; allo stesso modo si analizzano le tecniche coreutiche, musicali, cromatiche del rito esorcistico che libera dalla "taranta". L'analisi prosegue nella terza sezione, ove l'istituto culturale del tarantismo viene messo su uno sfondo culturale più ampio, attraverso paralleli etnologici e folklorici, attraverso la collazione di un commentario storico mediante il quale seguire l'osservazione e l'opinione che la cultura alta ne ho fornito nei secoli. L'opera si chiude con una quarta sezione, costituita da appendici d'approfondimento specifico, elaborate dagli altri membri dell'equipe muti disciplinare che fu occupata nella penisola salentina: lo psichiatra Giovanni Jervis, lo psicologo Letizia Jervis-Comba, l'etnomusicologo Diego Carpitello, l'antropologo culturale Amalia Signorelli e l'assistente sociale Vittorio de Palma. Marzia Mascelli | |
| |
|

Corsi del Mosaico per la stagione 2011/2012 a partire dal 26 settembre: Flamenco, Hilal Dance-danza contemporanea egiziana, Danza del ventre e danza orientale, Tribal bellydance e tribal fusion, Danza Gypsy fusion, Tango, Danza terapia, Biodanza Balli da sala ballo liscio Danza africana, Danza contemporanea, Danze del sud Italia: Pizzica e Tammurriata, Danze caraibiche: Salsa Bachata, Chachacha, Tecnica del giro, Gestualità femminile, Gestualità maschile, Latin Jazz Hip hop, Yoga, Metodo Pilates, Spagnolo, Massaggio, tutte le attività di danza, teatro, musica e arte per bambini |