"La Taranta" di Ernesto De Martino (I)
Durante la stagione del raccolto, da maggio a settembre, si pratica ancora nei paesi del Salento la cura del morso della "taranta" mediante la musica e la danza. La taranta è un animale mitico e il morso è simbolico: é vano cercare di identificare la specie zoologica del ragno responsabile del morso o pretendere di identificare la malattia corrispondente, poiché qui tutto ha luogo sul piano dei simboli e delle immagini. Il morso di cui si parla nel "tarantisrno" esprime conflitti psichici cifrati emergenti dall'Inconscio, configura l'oscuro rimordere di contenuti critici non risolti: con la musica e con la danza i tarantati si liberano dal loro cattivo passato, o almeno cercano di impedire che i loro drammi individuali si chiudano nell'isolamento nevrotico e diventino socialmente inaccettabili. Nell'epoca in cui si conclude il ciclo dell'anno agricolo e si fa il bilancio produttivo dell'annata, gli individui liquidano le loro attività psichiche più pesanti, facendo defluire nel simbolo del ragno avvelenatore e nella cura risanatrice le repressioni, i traumi, le frustrazioni accumulate rischiosamente nell'oscurità dall' inconscio. ( ... )
La danza eseguita durante la cura è la tarantella, cioè la danza della piccola taranta. Il tarantato, colui che è stato morso, diventa danzando il ragno che lo ha morso, e al tempo stesso lo calpesta e lo schiaccia col piede che danza: questa valenza d'identificazione combattente costituisce il carattere fondamentale del tarantismo come cura.
Chi danza si fa ragno: lo imita, striscia al suolo o cammina carponi, s'arrampica, fila la tela, salta; ma, al tempo stesso, é impegnato agonisticamente contro il ragno che lo possiede: una volta questo agonismo si manifestava mediante la danza della spada, danzata secondo il ritmo della tarantella. Come ogni rito, il tarantisrno ha il suo scenario rituale: oggi nel Salento la scena abituale é la dimora del tarantato, per lo più la sua camera da letto, ma per influenza della politica culturale della Chiesa alla cura domiciliare con la musica e con la danza si contrappongono la cappella di San Paolo in Galatina e il pozzo d'acqua miracolosa presso la cappella. In pratica la cura tradizionale e la guarigione per intercessione del santo si mescolano senza fondersi, e i tarantati che hanno eseguito la cura a domicilio con la musica e con la danza, si recano poi negli ultimi giorni di giugno a bere l'acqua miracolosa o a ringraziare il santo per la grazia ottenuta durante la cura domiciliare. (...)
Questo è, nella sua sostanza, il tarantismo come ancora oggi è osservabile nel Salento, e come di fatto è apparso durante l'esplorazione, da me condotta in collaborazione con altri, dal 20 giugno al 10 luglio del 1959. (2)
(I) Ernesto De Martino nacque a Napoli il primo dicembre 1908 da una famiglia borghese: il padre era ingegnere, la madre maestra.
Si laureò a Napoli in lettere nel 1932. E' del 1941 il suo primo libro "Naturalismo e storicismo nell'etnologia" ispirato alle concezioni filosofiche di Benedetto Croce.
Prestò il servizio militare ma non fece la guerra, partecipò invece attivamente alla resistenza in Romagna. Antifascista, coprì cariche politiche nel Partito Socialista italiano di Unità Proletaria a Bari dal 1945 al 1947 e nel Partito Socialista Italiano a Lecce nel 1949. Nel 1950 si iscrisse al Partito Comunista. Come lavoro faceva il professore di Storia e Filosofia nelle scuole magistrali e nei licei, dal 1945 al 1947 a Bari, dal 1947 al 1959 a Roma al Liceo Virgilio.
Libero docente di Etnologia nel 1951 e di Storia delle Religioni nel 1954, dal 1959 ottenne questa cattedra a Cagliari presso la facoltà di magistero. Il suo lavoro, dopo la fase crociana, si concentrò attorno a tre grandi tematiche: il mondo magico, la lamentazione funebre, la possessione ed in particolar modo il tarantisrno.
Su questi argomenti scrisse "II mondo magico" (1948), "Morte e pianto rituale nel mondo antico" (1958), "Sud e magia" (1959), "La terra del rimorso" (1961) e moltissimi saggi etnopolitici. Per primo in Italia attuò la ricerca sul campo servendosi del criterio dell'interdisciplinarità con contributi di studiosi diversi: psichiatri, antropologi, psicologi, medici.
Morì a Roma il 6 maggio 1965. Al momento delle morte stava lavorando attorno alla tematica delle fine del mondo.
(2) da L'Espresso Illese n.l , maggio 1960.