Specifiche sulle lezioni di percussioni africane
Le lezioni durano 2 ore ciascuna e si svolgono in gruppo.
La dimensione del gruppo è un fattore indispensabile per la buona riuscita della lezione, che prevede una diversificazione dei ruoli in modo da poter analizzare e interiorizzare sincronicamente i vari elementi e le tecniche che compongono la classica orchestrazione locale.
Gli allievi impareranno così ogni singola partitura, avendo la possibilità fin da subito di avere un’idea più realistica di questa musica nel suo complesso e abituare l’orecchio all’ascolto della poliritmia, indispensabile per potersi poi esprimere con libertà e creatività costruttiva all’interno della struttura musicale.
Il lavoro di gruppo porta inoltre l’allievo a non focalizzare l’attenzione solamente sull’esecuzione sistematica della partitura, ma a considerarsi parte di un insieme in continuo movimento e cambiamento, in cui le singole parti si intersecano tra di loro, dialogano, si rispondono, all’unisono prepotentemente si impongono, con un improvviso diminuendo stravolgono... imparando così le molteplici dinamiche e sfaccettature di questa musica, che si avvicina molto più al jazz che ad altri generi. A differenza di quest’ultimo però, la musica afro è profondamente radicata nella cultura orale, costituita di segni, suoni e parole, in cui tutto ha una voce e un forte significato intrinseco.
Quindi risulterebbe quanto meno riduttivo tentare di applicare i metodi della musica occidentale ad una musica che ha i suoi, secolari e sperimentati. Prima di trasferire ciò che già si sa in ambito musicale sul djembe, si deve partire da quello che questa musica è, come linguaggio specifico. Poi si può tornare alla propria personalità e alla cultura musicale che ci accompagna: così c’è il giusto scambio.
Se si calcolano le poliritmie Malinkè (del Mandè, l’antico impero del Mali da cui provengono per lo più questo tipo di ritmiche) in termini di 4/4 o 6/8, non c’è vera immersione nel linguaggio originario. Probabilmente ciò significherebbe sradicare e snaturare, non tanto una cultura, quanto un linguaggio specifico e preciso. Solo se lo si interiorizza con le sue caratteristiche fondamentali ed essenziali, vivendolo secondo le sue leggi, si può fare di questo strumento un’espressione personale ed universale allo stesso tempo. E’ per questo che, senza prescindere dai canoni della nostra musica, Sebastiano Morgavi applica nel suo metodo di lavoro il metodo tradizionale di apprendimento, basato sul fraseggio cantato dei ritmi e sull’approccio orale della musicalità intesa come lingua parlata e preferisce il lavoro di gruppo a quello individuale per poter ricreare insieme le atmosfere e le sensazioni di quei luoghi. Parallelamente fornisce nozioni sulla storia, i costumi, le usanze di questi popoli per dare il quadro il più completo possibile dell’universo di questa musica.